Ararat: il brandy armeno che in patria si chiama cognac
Nella distilleria di Yerevan, in mezzo alle bandiere, c'è una botte dorata coperta dalle firme dei visitatori. Accanto a quella botte la guida ha pronunciato la frase che più mi è rimasta impressa di tutta la visita: "Tutto il brandy che abbiamo qui vorremmo aprirlo il più tardi possibile, perché sia il migliore possibile. Solo questa botte vorremmo aprirla subito." L'hanno riempita dopo lo scoppio del conflitto nel Nagorno Karabakh e la apriranno quando la guerra sarà finita.
L'Ararat (in armeno: Արարատ) è il brandy armeno ottenuto dalle uve della piana dell'Ararat, distillato due volte e invecchiato in botti di quercia caucasica: l'ammiraglia della cucina armena in versione liquida e il prodotto d'esportazione più famoso del Paese. Prende il nome dal monte sul quale, secondo la Bibbia, sbarcò Noè dall'arca e dove piantò la prima vite. Oggi la montagna si trova in Turchia e la distilleria appartiene ai francesi: sono solo i primi due paradossi legati al brandy Ararat.

Perché in patria il brandy Ararat si chiama cognac
La parola cognac spetta per legge europea soltanto all'acquavite che nasce nei dintorni della città francese di Cognac. In tutta l'ex Unione Sovietica, però, "cognac" è il nome di qualsiasi brandy di vino ottenuto per doppia distillazione e invecchiato in botte di rovere, e gli armeni chiamano così la loro bevanda da cent'anni. Nell'accordo di partenariato con l'Unione europea del 2017 l'Armenia si è impegnata ad abbandonare la parola cognac - in patria entro il 2032, sulle etichette da esportazione entro il 2043 - e Bruxelles ha contribuito all'addio con tre milioni di euro. In Repubblica Ceca è andata più o meno allo stesso modo: l'acquavite di melassa che tutti chiamavano rum ha dovuto cambiare nome dopo l'ingresso nell'UE e si beve esattamente come prima. La nuova parola "brandy" suona però agli armeni straniera quanto quella francese, e così al museo le bottiglie d'epoca con la scritta cirillica КОНЬЯК sono esposte con orgoglio, non con imbarazzo. E il cognac d'uva non è un'invenzione armena, ma solo una specialità armena: in Georgia Sarajishvili apriva la sua distilleria a Tbilisi negli stessi anni in cui Tairyan apriva la propria a Yerevan, la Moldavia ha il suo divin, io ho assaggiato anche il brandy kirghiso, la Pliska bulgara o lo Skënderbeu albanese. Di quella famiglia l'Ararat è il più famoso, non il più antico.



Chi distilla l'Ararat e quanto c'è di vero su Churchill
La distilleria l'ha fondata a Yerevan il mercante Nerses Tairyan: l'azienda celebra come anno di fondazione il 1887, il marchio concorrente Noy si richiama a una sua cantina più vecchia di dieci anni, e tutti e due hanno una parte di ragione. Nel 1948 l'Armenia sovietica ha diviso l'impresa originaria in due stabilimenti; da allora a Yerevan ci sono due distillerie e ognuna sostiene di essere quella storica. Nel frattempo il cognac arrivava alla corte degli zar sotto il nome del distillatore russo Shustov e nel 1998, con la privatizzazione, la distilleria è stata comprata da Pernod Ricard. L'aneddoto più celebre del marchio - a Yalta Stalin versò a Churchill del cognac armeno e da allora se ne faceva mandare casse a Londra - secondo gli autori del libro Armenian Food: Fact, Fiction and Folklore non è documentato: non compare né nelle memorie di Churchill né in quelle di Mikojan, e il museo dedicato a Churchill indica come suo cognac preferito il francese Hine. La distilleria continua comunque a raccontarlo. Un aneddoto vende più bottiglie di qualsiasi medaglia.


Da che cosa nasce l'Ararat e come si beve
Le uve sono varietà armene come il Voskehat o il Garan Dmak, coltivate nella piana dell'Ararat, dove l'inverno scende a venti gradi sotto zero e l'estate arriva ai quaranta. Il distillato invecchia poi in botti di quercia caucasica, un legno che prima di diventare botte passa due anni a bagno nell'acqua. Il colore il brandy lo prende dal fuoco, non dall'uva: al museo c'è un cerchio di doghe di legno che vanno dal chiaro al quasi nero, e più il bottaio tosta la botte, più scura sarà l'acquavite che ne esce dopo anni. Accanto c'è la sezione di una vite, dove si vede quanta parte della pianta vive sottoterra: ho girato molte cantine e questa installazione mi ha colpito più di altre. Le linee portano nomi presi dalla storia armena - Ani, Akhtamar, Vaspurakan, Nairi - e vanno dai sette ai vent'anni di botte. Non è una bevanda da pasto. Gli armeni la tengono in casa per il matrimonio dei figli o la nascita di un nipote e la bevono lentamente da un bicchiere panciuto, con il cioccolato o la baklava.





Tre bicchierini al museo Ararat
Il brandy Ararat l'ho assaggiato dove nasce, al museo della distilleria di Yerevan (vedi Dove mangiare a Yerevan), dove la visita si conclude davanti a un tavolo con i bicchieri già etichettati, così nessuno deve indovinare che cosa sta bevendo. Ho preso la degustazione avanzata, come quasi tutti nel gruppo: Akhtamar di dieci anni, Vaspurakan di quindici e Nairi di venti. L'Akhtamar profumava di albicocche secche ed era ancora spigoloso in bocca, il Vaspurakan era più denso e dolce, con la vaniglia della botte, e il Nairi, il più scuro dei tre, lasciava un finale che è rimasto anche dopo che mi ero alzato dal tavolo. La visita con degustazione è costata 10.000 AMD (24 EUR) e mi ha soddisfatto più della maggior parte delle visite in cantina che ho fatto in giro per il mondo. Il Nairi dell'ultimo bicchierino ha invecchiato vent'anni. La parola cognac sulle etichette, secondo l'accordo con Bruxelles, ha davanti a sé più o meno lo stesso tempo: poi gli armeni la scriveranno solo in patria e solo con il loro alfabeto.




Ararat Museum